mercoledì 6 agosto 2014

Recensione: Come meta il viaggio

Titolo: Come meta il viaggio
Autrore: Lillo Favia
Editore: Narcissus
Pagine: 259
Prezzo cartaceo: 12,99
Prezzo Ebook: 1,99
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Descrizione:
10 ottobre 2006, stazione di Bari-Scalo, un uomo si è consegnato alla morte. 
Perché dopo aver esternato il bisogno di esorcizzare i propri fallimenti in una lettera, qualche attimo dopo giace in posizione fetale in un vagone ferroviario su un binario morto alla periferia di Bari? 
Questo è l’interrogativo che il protagonista, unico e inconsapevole beneficiario del Max-pensiero, dovrà sviscerare affrontando l’inesorabile incedere degli eventi. Dare un senso alla morte di Max, darà sostanza e direzione alla propria vita. Avrà bisogno di capire, di sapere, di sovrapporre il proprio sguardo a quello del suo amico per raggiungere la più distante delle sue mete. 
Il viaggio cadenzerà l’intera vicenda. 
Un viaggio incominciato il 22 giugno 1990 su una Citroen Pallas nera, direzione Amsterdam, che ripercorrerà tutte le tappe emozionali di due cuori avidi di storia. La vita spesso, avendo la stessa natura dei sogni, si delinea irrazionale, transitoria, come un macabro gioco di conseguenze stupefacenti.

L’autore:
Cosa posso dire di me, scrivo, riscrivo e scrivo ancora... da sempre, da quando ho memoria. Di cosa? Di me, dei miei simili, di tutto e di niente. Studi? Autodidatta… io sono la mia libreria, che in 43 anni conta circa 800 libri... già,  scrivo perché sono un lettore compulsivo, un viaggiatore dell'anima, dell'arte, di me e dei miei simili. Mi piace viaggiare, lo faccio da sempre, solo, in compagnia, vicino, lontano, purché verso saperi e visioni sconosciuti. Mi piacciono le donne, tutte, alte, basse, rosse, nere, bionde, grasse, magre... purché intelligenti. La stupidità mi annoia. Mi piace il buon vino, amabile possibilmente, rosso, ruspante, che sporca i bicchieri e pulisce le anime. Mi piace vivere, con integrità, semplicità, come un libro che lentamente si appresta al lieto fine... poi... bhé, qualcosa lascio scoprire anche a voi... altrimenti che noia!

La mia recensione:

“È difficile morire in questo mondo, vivere è di gran lunga più difficile”. Sono gli ultimi versi vergati dal poeta Majakowskij prima di chiudere con un colpo di rivoltella il capitolo della sua travagliata esistenza. In un altro spazio, in un altro tempo molto più vicino al nostro potrebbero suonare come parole modellate su misura per Max. È lui il vero protagonista di Come meta il viaggio, un ragazzo come tanti che animato da grandi sogni e sete di avventura parte con il suo amico più caro alla scoperta di nuovi orizzonti. La vita on the road, il sesso, la droga, il rock and roll, un bagaglio intimo che corrisponde a un vuoto, un buco nero senza nome, senza volto, che sembra spingere verso l’autodistruzione. Una incommensurabile brama di vita imbrigliata dal male di vivere: si potrebbe riassumere in questo ossimoro la storia narrata da Lillo Favia, una sorta di biografia, contrassegnata in maniera precisa da date, nomi, riferimenti geografici che, a dispetto della sua unicità, reca in sé riflessioni di ampio respiro – condivisibili o no – sul senso ultimo della vita.
Il nucleo umano intorno a cui ruota l’intero libro è costituito dalla coppia formata da Max e il suo amico, nonché voce narrante, un binomio quasi inscindibile al punto che il legame tra i due personaggi sembra andare bel al di là di una profonda a amicizia. Max appare spesso come un vero  e proprio alter ego, uno specchio in cui l’io narrante si riflette, o si proietta. Le storie dei due protagonisti, in effetti, corrono sugli stessi binari, non solo perché parlano di un percorso condiviso ma perché, anche nei momenti in cui le due anime si allontanano a causa degli eventi, seguitano a camminare, sebbene autonomamente, ricalcando l’una le orme dell’altra.
È un viaggio fisico, metaforico, chimico, esistenziale quello descritto dall’autore, un viaggio che da Bari conduce  a Bologna e da lì alla Ramblas di Barcellona per proseguire in giro per l’Europa in un continuo vagare senza sosta corrispondente alla ricerca di una propria dimensione in un mondo che risulta sempre troppo asfittico, un mondo che picchia duro e non esita presentare il conto, che si trasforma in un abisso allorquando la “necessità d’infinito” dei protagonisti si rifugia nei paradisi artificiali delle droghe. Un mondo in cui l’unica “casa” possibile finirà per essere Casa Abatros, con il suo pacchetto di regole e restrizioni, con le sue continue ed estenuanti verifiche dietro cui si annida comunque una vaga idea di famiglia, di solidarietà, di accoglienza.
Un romanzo sui generis questo di Lillo Favia soprattutto dal punto di vista stilistico. I contenuti rimandano a esperienze di vita vissuta rintracciabili a generose manciate nella realtà quanto in letteratura,  il contenitore si afferma per la sua originalità e, di sicuro rompe gli schemi. Provate a immaginare Christiane F.  sulla strada di Kerouac vestita di poesia. Il mio è chiaramente un gioco di rimandi letterari, ma penso possa fornirvi una vaga idea di ciò che potrete trovare tra queste pagine.
Il testo si riversa sui fogli quasi fosse un torrente in piena. Ricco di metafore, raffinati intrecci linguistici, immagini poetiche fortemente evocative ma, al tempo stesso, privo di dialoghi o di scene mostrate al punto che, di tanto in tanto, si ha la sensazione di andare in apnea. Non è una lettura facile né scorrevole, quella proposta, è  da sorbire a piccole dosi, concedendosi pause per riflettere e per riprendere fiato. Tuttavia è una lettura intensa, un bagaglio onesto sincero, senza filtri, di sofferenza e gioia, di speranze e delusioni, di caduta e ascesa. Un vero e proprio viaggio al termine del quale ci si sente all’inizio di qualcosa di diverso, con un peso nel cuore, forse, che coincide però anche con un rinnovato senso di ricchezza interiore.

    



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